Le Terre Cupe

La maledizione di Edgar Smooth

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27 Settembre 2018

Le Terre Cupe 01


Mi chiamo Edgar Smooth e scrivo queste righe per lasciare testimonianza della mia innocenza. È bene che mi sbrighi poiché gli eccessi di follia che mi colpiscono sopraggiungono sempre più spesso e d’improvviso. In tale stato non sarei certo in grado di scrivere ed inoltre, anche se conservassi parte delle mie facoltà mentali, gli infermieri si accorgerebbero della mia alterata disposizione e per evitare altri guai mi immobilizzerebbero immediatamente.
La terribile condizione nella quale sono caduto, le sbarre alle finestre e la grande porta arrugginita che mi imprigiona in questa stanza sono il frutto dell’impura perversione che ha segnato per sempre il mio destino.
Mi trovo recluso da non so quanto tempo, un periodo per me indefinibile. Potrebbero essere passati mesi o addirittura anni da quella terrificante notte di febbraio quando la mia disgrazia degenerò definitivamente. Mai avrei pensato di poter sprofondare in un tale abisso di orrore e pazzia, tanto da udire le diaboliche voci che di continuo assillano le mie notti lasciandomi insonne e sgomento.
Quando perdo il senno mi infilano quell’insopportabile camicia di forza ingiallita dal tempo e inzuppata di terrore. Le mie gambe sono legate giorno e notte, costrette da queste dannate e tintinnanti catene che mi bloccano i piedi lacerandomi le caviglie. L’odore di muffa che infesta questa cella mi ha consumato le narici, e la putrescente umidità che dalle paludi limitrofe impregna le mura della prigione mi è infine penetrata nelle carni, arrivando fino alle ossa. Sono un ammasso di carne infetta, iniettata di dolore e di paura; sono un miserabile mucchio d’ossa lasciato a imputridire nella sua follia.

Hillville, così mi hanno detto che si chiama il manicomio nel quale sono detenuto. Una struttura fatiscente immersa in una landa desolata e dimenticata da Dio. Nell’unica volta che mi hanno portato in giardino per l’ora d’aria, poco prima che tentassi di scappare uccidendo l’infermiera che teneva le chiavi, mordendola alla gola e strappandole la giugulare, ho potuto vedere con i miei occhi la raccapricciante terra nella quale sono costretto.
Il grande edificio bianco che ospita me e gli altri psicopatici è in degrado, le mura sono ricoperte di crepe e in alcuni punti l’intonaco è crollato facendo affiorare i rossi mattoni che costituiscono lo scheletro della struttura. Intorno al manicomio vi è un giardino dall’erba incolta, un ettaro o forse due di edera rossa e cardi, poi il recinto dalle alte sbarre di ferro che circonda tutto. Oltre il cancello c’è la palude, immersa nella fitta e puzzolente nebbia degli acquitrini maledetti. Sciami di insetti ematofagi infestano il pantano e credo che ci sia dell’altro: ho il terribile presentimento di essere condannato a una maledizione eterna. Dio voglia salvarmi, ma il Creatore non ha misericordia per i codardi come me.

Fin da bambino ho preferito emarginarmi dal mondo, mi tenevo lontano dagli altri perché non stavo bene a contatto con le persone. Ero tormentato dal presentimento che volessero farmi del male.
Nelle poche volte che, costretto da mia madre, venivo lasciato a giocare con altri bambini, le mie paure prendevano vita e finivo sempre per essere picchiato e maltrattato. Probabilmente il mio aspetto rendeva tutto questo naturale ed automatico: il mio pallore cadaverico, la mia statura esile e gracile e il mio sguardo empio di paura erano un invito irresistibile per la violenza che inevitabilmente attiravo su di me. Così sono cresciuto scappando dal contatto con le persone, pur riservando una sincera curiosità verso la felicità degli altri. Quindi ho iniziato a guardare. Scrutavo da una distanza tale da sentirmi al sicuro, osservavo la gente e questo mi dava soddisfazione, mi eccitava perfino.
L’assenza di amore nella mia vita mi spingeva a guardare chiunque lo provasse, a nutrirmi e soddisfarmi di chi, diversamente da me, riusciva a essere felice. Quando, con il sopraggiungere della pubertà, iniziai a provare le prime pulsioni sessuali, il mio piacere di guardare crebbe ancora. Ero incapace di parlare con le ragazze della mia età ma queste mi attraevano moltissimo, e ogni volta che mi proponevo di parlargli, infine desistevo poiché bloccato da un’indicibile paura che mi rendeva immobile e muto. Per provare soddisfazione ero quindi costretto a guardare.
Nascosto tra i cespugli iniziai ad osservare le giovani coppie intente a scambiarsi effusioni. Mi acquattavo nei parchi, al porto, ovunque trovassi teneri compagni innamorati. Coglievo ogni dettaglio di quei momenti e poi, una volta tornato a casa, chiuso nella mia stanza mi toccavo.
Non passò molto tempo che l’irresistibile pulsione di sfregarmi sopraggiungesse mentre ero intento a guardare; sì, mentre tutto accadeva davanti ai miei occhi. Sapevo che il mio operato era sporco e ingiusto ma non me ne importava niente, volevo la mia fetta di piacere e nessuno mi avrebbe impedito di prenderla.
Ad ogni modo, la mia disgrazia ebbe inizio in un giorno di febbraio, al crepuscolo.
Mi aggiravo per i parchi di Bone Stone, la mia piccola città natale. Finalmente trovai due ragazzi intenti a civettare amorevolmente, quindi mi acquattai tra i cespugli e cominciai a darmi soddisfazione. La sfortuna volle che venissi scoperto: il macellaio che aveva da poco chiuso la bottega mi scorse. Avvicinatosi al mio nascondiglio e comprendendo il mio operato assunse un’espressione di disgusto e sdegno. Dopo aver gridato a gran voce che ero un perverso schifoso mi riempì di calci e pugni. Poco dopo altre persone si aggiunsero al pestaggio che andò avanti per buoni venti minuti.
Mi lasciarono a terra, dolorante e sporco di sangue. Un calcio arrivatomi in pieno viso mi aveva spaccato i due incisivi lasciando un orribile spazio tra i canini superiori; ero sfigurato per sempre. Tornato a casa i miei genitori avevano già saputo, qualcuno li aveva informati che il loro strano figlio non era che uno squallido guardone.
Quando entrai in casa mio padre stringeva nella mano la sua cintola più spessa, non proferì parola e cominciò a darmele a suon di cinghiate. Crollai al pavimento per il troppo dolore. La fibbia di metallo continuava a segnare il mio gracile corpo fintantoché una terribile sferzata non colpì il mio ginocchio producendo l’orribile suono dell’osso che si frantuma.
Quando si sentì soddisfatto depose la cintola, infine mi sputò in viso dicendomi che non ero più suo figlio e che me ne sarei dovuto andare di casa quel giorno stesso. Mia madre, da parte sua, non disse niente, limitandosi ad annuire alle parole del marito.
Quello fu l’ultimo momento che trascorsi a casa mia. Me ne andai da Bone Stone e non vi feci più ritorno. Girai di città in città, dovetti allontanarmi parecchio poiché nei villaggi limitrofi si era sparsa la voce di quali fossero le mie perverse pratiche. Finalmente raggiunsi una piccola cittadina su di un colle, assai lontano da dove ero partito.
Cotton Ville era il suo nome. Non era un bel villaggio, i sentieri ciottolosi puzzavano di sterco di cavallo e le case che sorgevano ai lati delle strade erano vecchie e decrepite. Spesso una fitta nebbia assediava la città per giornate intere e il sole offuscato e la luce perlacea che filtrava dalla foschia donavano alla piccola cittadina un’atmosfera spettrale. Inoltre, durante la notte, l’ululato dei lupi che infestavano la foresta a est della collina mi penetrava i timpani lasciandomi terrorizzato e insonne. Nonostante l’atmosfera austera, mi accorsi dagli sguardi indifferenti delle persone che nessuno avesse idea di chi fossi.
Il pestaggio subito aveva lasciato segni permanenti nel mio aspetto, oltre ad avere i due incisivi superiori spezzati, qualcosa nel mio ginocchio destro si era rotto lasciandomi zoppicante. Ad ogni modo la gente di Cotton Ville sembrava non essere troppo infastidita dalla mia presenza e, nonostante molti mi guardassero con sprezzo a causa del mio aspetto, riuscii a trovare una casa in affitto e finalmente un lavoro. La mansione che mi fu affidata consisteva nel seppellire i morti, ero il nuovo becchino del cimitero.
Al campo santo, circondato da lapidi e corpi in putrefazione rinchiusi nelle loro accoglienti bare, stavo lontano dalla gente e la mia fobia del contatto con le persone non fu messa granché alla prova. Passato il primo mese, iniziai però ad avere un incessante bisogno di ricominciare. Forse il dolore delle botte, la vergogna e il ripudio della mia famiglia avevano momentaneamente offuscato il desiderio di spiare, ma adesso, ora che tutto era passato, la voglia di guardare era tornata ad ardere in me con passione ancora maggiore.
A quel tempo vivevo in una angusta casa ai margini della cittadina, non troppo lontano dai sepolcri e dalle tombe dove trascorrevo quasi tutta la giornata. Il mio alloggio non era molto accogliente, ovunque vi erano infiltrazioni d’acqua e sui muri la muffa tappezzava l’intonaco come una nauseante carta da parati. Era piccolo e insano, ma era l’unico alloggio che potevo permettermi.
Venni a sapere dal guardiano del cimitero, unica persona con la quale riuscivo a parlare e uomo tanto schivo quanto brutto da impressionare perfino me, che una oscura leggenda gravava su Cotton Ville. Un demone, secondo alcuni antichi scritti, si celava negli angoli più bui e freddi del villaggio. Non ero certo così sciocco da credervi, ma quando, aggirandomi nella nebbia, cercavo qualcuno da spiare, sentivo in effetti la sensazione di non essere solo, percepivo una presenza maligna a seguito dei miei passi.
Un ulteriore indizio a conferma che uno spirito malefico occupasse il villaggio era dato dal fatto che, di tanto in tanto, un fanciullo spariva senza lasciar traccia.
Ebbene, una notte scoprii la causa della sparizione degli infanti. Non era il demonio la ragione della loro scomparsa, ma posso giurare sulla mia vita che realmente vi era qualcosa di malefico ad infestare la città, e che quella cosa, anzi quelle due cose fecero di me l’orribile psicopatico che sono diventato.

Il fuoco divampava nel camino con fievoli fiammelle fluttuanti e dai legni ardenti ricoperti di muschio sulla corteccia si propagava un tetro gioco di luci e ombre che animava l’angusta camera con atmosfera lugubre.
Il mio umore già provato da un’estenuante giornata di lavoro al cimitero assunse uno spiacevole stato d’animo colmo di insoddisfazione.
Avevo da poco finito di consumare la mia cena, e gli avanzi e i piatti sporchi giacevano sul tavolo che non sarebbe stato mai più rassettato. Con le mani davanti al fuoco cercavo di scaldarmi, ma la pungente tramontana che soffiava incessante dalla cima della collina entrava in affilati spifferi dalle vecchie imposte facendomi rabbrividire. Alzatomi dallo sgabello mi affacciai alla finestra e guardai il cielo. Ammirai la luna pallida attorniata da cupe nuvole, un sentimento di inquietudine inondò il mio spirito. Sentivo le mura della stanza farsi sempre più piccole, stringersi su di me a soffocarmi ed opprimermi. No, non potevo restare in casa un minuto di più. Di certo, se avessi trovato una finestra aperta o se mi fossi accostato all’uscio di una porta, avrei potuto guardare ancora e finalmente provare una briciola di piacere. Il dolce pensiero di spiare un essere umano, anche solo una vecchia intenta a lavarsi, accese nella mia turbolenta anima il desiderio irrefrenabile di riversarmi per strada, immediatamente, subito.
Mi precipitai alla porta indossando la mantella nera. Non appena aprii il portone un’ondata di vento gelido mi colpì in pieno viso. In un gesto rapido calai il cappuccio sulla testa e, chiudendo la cigolante porta alle mie spalle, iniziai la perversa ricerca.
Nonostante la fredda tramontana, mi sentii meglio che dentro casa, la speranza di osservare qualcuno mi rendeva febbricitante, impaziente e acceso.
I raggi lunari slavati dalla nebbia si stagliavano sulla città, illuminandola di una luce innaturale. Mi infilai nei sentieri più bui cercando con bramosa fretta la mia soddisfazione ma, nonostante setacciassi il villaggio da più di un’ora, non riuscii a trovare una sola casa illuminata.
La cittadina sembrava morta, nessuno, benché fossero le dieci di sera, era ancora sveglio.
D’un tratto, i miagolii perversi di un gatto mi fecero sussultare. Quei versi strazianti e pieni di desiderio invasero le mie orecchie come una musica tetra e seducente. Decisi di seguire i latrati in direzione del parco, dove magari avrei visto dei felini intenti ad accoppiarsi.
Man mano che percorrevo il sentiero, la nebbia si faceva più fitta. Un terribile presagio mi invitò a tornare indietro, ma spinto dal desiderio continuai il mio cammino.
Non una lanterna era accesa, solo la pallida luna illuminava il viottolo immerso nella foschia.
Il vento aumentava d’intensità frustando le fronde degli alberi che sibilavano sinistramente. Turbini di tramontana sospingevano le foglie strappate dalle piante in una danza grottesca. Sotto le scarpe la ghiaia impastata di fango scricchiolava costantemente, e temo sia stato proprio tale rumore a far scappare i mammiferi che non riuscii a trovare. Ormai colmo di sconforto decisi di rincasare. Stavo per tornare sui miei passi quando ad un tratto la vidi.
Su di una vecchia panchina incrostata di licheni, circondata da erbe infestanti e pozzanghere, sedeva una bimba avvolta in una mantella color porpora.
La fanciulla non doveva avere più di dieci anni. Muoveva lentamente le gambe avanti e indietro tenendo le mani appoggiate sui legni della panca. Il busto era fermo, la testa china e in parte nascosta dal cappuccio. Ad un certo momento, mentre i lisci capelli neri che le fuoriuscivano dal copricapo svolazzavano sospinti dal vento, scorsi qualcosa muoversi oltre degli arbusti. Per qualche istante rimasi immobile, occultato nelle tenebre, poi, silenzioso come un morto e invisibile come un fantasma, decisi di avanzare tra gli alberi per guardare meglio.
Un orribile fetore invase le mie narici, un puzzo osceno, putrido e marcio, un odore incomprensibile che mai avevo percepito prima.
Ancora non riesco a credere a quello che in seguito vidi accadere. Da dietro il tronco di una grande quercia, vicino ai cespugli che poco pima avevo visto muoversi, si materializzò un uomo vestito di nero. Era un individuo alto e robusto, da subito mi diede l’impressione di essere un malfattore.
L’energumeno avanzò lentamente verso la bambina, rabbrividii quando mi accorsi che l’uomo stringeva una grande lama nella mano destra. Paura e insieme eccitazione mi pervasero completamente. Cosa voleva farle? Si sarebbe limitato a squartarla come una bestia che venisse scannata oppure desiderava saziare le sue spregiudicate e perverse pulsioni sessuali? Questo mistero scatenò in me una tempesta di incontenibili sensazioni e mi sentii pervaso da un’eccitazione mai provata prima.
Dunque era questa la ragione per la quale i bambini del villaggio sparivano. Un maniaco, un pazzo, un assassino; questa era la causa della loro scomparsa.
All’indicibile piacere che iniziai a provare, si fuse improvvisamente un forte sentimento di colpevolezza. Sapevo che avrei dovuto fare qualcosa, sarei dovuto intervenire o quantomeno chiamare aiuto, ma la delizia delle forti sensazioni mi costrinse a star lì. A guardare.
Lo sgomento divenne totale quando un fievole raggio lunare illuminò il viso dell’uomo. Era proprio lui, il guardiano del cimitero. Dopo la sorpresa iniziale, mi accorsi di provare ammirazione e allo stesso tempo sdegno per quel genio malvagio. John Rush, il guardiano del cimitero, nascondeva i propri crimini dietro antiche superstizioni e folclore popolare, una trovata incredibilmente astuta quanto infame. Devo ammetterlo, ne rimasi terribilmente affascinato.
L’uomo avanzò fino ad arrivare a pochi passi dalla fanciulla. Il coltello scintillò di un sinistro bagliore quando, ad un tratto, la bimba alzò la testa per guardare innanzi.
Dalla mia posizione, laterale rispetto ai due, riuscivo a scorgere ogni cosa. Ahimè, come vorrei non aver mai visto quello che seguì poco dopo, come vorrei non essere mai uscito di casa quella notte.
La tramontana aumentò ancora scuotendo con furia le fronde degli alberi e i cespugli che si dimenavano manco fossero vivi, poi la folgore accecante proruppe nel cielo e il fragore del tuono vibrò facendo tremare la terra, infine la pioggia cominciò a cadere con forza su ogni cosa.
I brevi istanti che seguirono, che posso ricordare come gli ultimi della mia già precaria sanità mentale, furono indicibilmente angoscianti e cupi.
Gli occhi della bambina, incorniciati nel pallido visino protetto dal cappuccio color porpora, si accesero di un rosso intenso, e su quello che sembrava il volto innocente di una fanciulla, un ghigno malefico comparve lasciandomi sgomento.
Vidi la grande lama del coltello scivolare dalla mano del custode e conficcarsi al suolo nel freddo e denso fango. Fu in quel momento, con mia grande stupefazione e dolore, che successe la più terribile delle sciagure.
La bambina si alzò in piedi e, portandosi le mani al petto, gridò un’invocazione demoniaca con voce non umana. Il suono diabolico si diffuse con forza disarmante inducendomi a fermare la mano.
D’un tratto, a circa cinque metri di distanza dalla bambina, la nebbia prese ad addensarsi roteando su se stessa e originando un vortice di foglie morte e polvere. Da tale agglomerato prese forma un’ombra infernale, un demonio. L’entità materializzata era alta circa tre metri e aveva gli arti oblunghi rispetto al corpo. I suoi contorni indefiniti fumavano, come se una folle temperatura trasformasse in vapore l’umidità dalla quale aveva preso forma.
Sulla faccia ovale e allungata, dapprima completamente oscura, si accesero due spaventosi occhi rossi, senza palpebre, senza pupille, terribili e di un vermiglio oltre ogni immaginazione. Dalla bocca produsse una voce immonda e profonda che intonava le stesse blasfemie della bambina. Il coro nefasto mi costrinse a tapparmi le orecchie, ma nonostante ciò, sentivo la testa scoppiare in un doloroso rimbombo.
Vidi il guardiano del cimitero dimenarsi e portare le mani alla testa, sembrava incapace di scappare trattenuto da una forza misteriosa che gli impediva la fuga. Quindi cadde in ginocchio.
Qualche istante dopo, le invocazioni bestiali diminuirono d’intensità, assumendo un ritmo cadenzato. Il ripetersi di cinque orripilanti parole riempì l’aria negli istanti successivi. Posso giurare che quelle espressioni non appartenevano a nessun linguaggio umano ma, se proprio mi costringessi a trovare delle lettere per codificare le oscene voci, risuonerebbero più o meno così: «…Morgal tue chet, infano set…».
Il reiterare di quella maledizione invase la mia anima stritolandola con una forza ultraterrena, e che Dio abbia pietà di lui, quello che accadde a John Rush fu anche peggio.
Ero terrorizzato, a buona ragione pensai che la mia anima fosse spacciata. Poi, un suono cupo e ritmico si congiunse al rito. Tamburi! Sì, erano proprio tamburi quelli che si unirono alle voci dei demoni.
Il suono cupo e austero delle percussioni sopraggiungeva dal basso, dalle profondità della terra o forse farei meglio a dire, dagli abissi infernali.
L’oscena maledizione assunse una battuta tale che divenne insopportabile. Mentre mi contorcevo per il dolore ai timpani, continuavo ancora disperatamente a guardare. Il custode del cimitero era inginocchiato davanti alle spettrali creature e sembrava noncurante dei terribili suoni che a me stavano facendo impazzire. Muoveva il busto avanti e indietro, lentamente, la sua faccia era assente come fosse stato ipnotizzato, o peggio posseduto. La pioggia lo bagnava dalla testa ai piedi, e dai capelli l’acqua gli colava lungo la faccia in ampi rivoli. Con gesti lenti e pacati afferrò il coltello che era conficcato nel fango, poi con altrettanta quietezza se lo portò alla gola.
Un urlo inumano originò dalla sua glottide unendosi alle blasfemie diaboliche: «…Morgal tue chet, infano set…».
Quando ebbe finito di pronunciare la terribile oscenità, con un movimento secco e deciso del braccio si tagliò la gola. Un potente getto di sangue schizzò dalla ferita, disegnando una traiettoria ad arco che si spense ai piedi della spaventosa bambina. Il guardiano cadde a terra e in pochi secondi si dissanguò, generando una pozza scura. Il corpo del custode fu scosso da un lieve tremore e, infine, si fermò.
Il disgusto e la paura mi conquistarono completamente, ero annientato da un opprimente senso di impotenza. Speravo con tutta l’anima che le creature si sarebbero dileguate per tornare nell’abisso di malvagità dal quale provenivano, ma così non fu. Prima di scomparire, prima di dissolversi nella nebbia fitta e putrida del parco dimenticato da Dio, i due demoni levarono lo sguardo su di me. I quattro occhi di fuoco mi scovarono nel mio nascondiglio e come un faro mi illuminarono di una fredda luce mortale. Insieme gridarono la mia maledizione, così forte che sentii i timpani perforarsi e il cervello sanguinare.
«Nam vedev tes, morgal tue intfere eternia!» mi urlarono contro. Poi, tutto fu nero.
Caddi nel fango e lì rimasi privo di sensi, finché la mattina seguente non fui ritrovato da un mercante di stoffe.

Mi portarono in ospedale che gridavo e mi dimenavo come un ossesso. I medici non riuscirono a comprendere di che male fossi afflitto e furono costretti a contenermi con cinghie e farmaci.
Fui affidato alle cure del dott. Wolter, costui mi conosceva bene poiché spesso mi prescriveva degli antidolorifici per il ginocchio. Sapeva che ero schivo e che qualche strano vizio ossessionava la mia mente, ma credo sostenesse la tesi che non fossi un pazzo assassino. Si dimostrò cordiale con me e fu l’unico a riservarmi parole rassicuranti e piene di compassione. Tentò più volte di domandarmi cosa fosse accaduto, ma quando succedeva cominciavo a dimenarmi e urlare.
Infine arrivarono i gendarmi e lui prese le mie difese. Lo udii affermare che nonostante fossi terribilmente scosso e in preda ad un potente esaurimento nervoso, dubitava che avessi tagliato la gola al custode del cimitero.
L’ispettore capo però non era dello stesso parere e voleva convincere il dottore a sostenere il suo ragionamento: doveva comprendere che sicuramente tra me e John Rush vi erano stati pregressi attriti e che il lavoro a noi affidato era particolarmente deviante. Secondo il capo della polizia io e Rush ci saremmo dati appuntamento al parco per sistemare qualche incomprensione, ma le cose ci sarebbero infine sfuggite di mano degenerando in omicidio. Prima di concludere il discorso disse che sarebbe stato meglio se non si fosse opposto perché nessuno dovrebbe contrastare le indagini della sua città. Così, mi lasciò anche il dott. Wolter e mi ritrovai solo, colpevole di un omicidio che non avevo commesso e pazzo.
Suppongo che il dottore continuasse a credere nella mia innocenza ma scelse di accomodare le logiche teorie dell’ispettore, evitando così degli antipatici conflitti con la polizia. Mi imbottirono di morfina e caricatomi su una barella mi portarono via.

Mi svegliai durante il viaggio con un terribile mal di testa e in preda ad un allucinante delirio. Sbattei più volte le palpebre e dal buio dell’incoscienza, pian piano si materializzò un sipario infernale. Non riuscirò mai a descrivere lo sgomento che provai nel vedere quel luogo immondo. Il firmamento era rosso come fuoco, pervaso da fluttuanti riflessi verdastri che si muovevano ondeggiando lentamente. La terra, se così posso chiamarla, ribolliva come lava, emettendo vapori densi e schiumosi che alimentavano la bruma sul terreno. Stagni neri come petrolio si stendevano nella pianura maledetta, corposi ammassi di liquido scuro capaci di produrre ipnotici riverberi bluastri e purpurei. I pochi alberi disseminati nella landa erano avvolti da imponenti fiamme, e dalla loro chioma ardente si innalzava al cielo un fumo cinereo e denso. Nonostante la terribile circostanza imponesse un clima torrido e bollente, sentivo l’aria fredda pungermi la pelle come mille aghi di ghiaccio. Inoltre, le mie narici non poterono far a meno di percepire quel puzzo, quell’orribile tanfo di marcio e putridume che per la prima volta avevo sentito al parco durante la notte maledetta. Ero oltremodo afflitto. Che fine avevo fatto? In quale sciagura mi ero andato a cacciare?
In tutto ciò, giacevo pietrificato sulla barella alla quale ero costretto per mezzo di spesse cinghie di cuoio. Finalmente trovai le forze di reagire ma, cercando di svincolarmi dalle fibbie, ottenni l’unico risultato di capovolgermi su un lato, assumendo una posizione assai più scomoda della precedente. Gridai con tutte le mie forze chiedendo aiuto ma nessuno rispose alle mie suppliche. Ormai rassegnato al mio destino, con voce rotta, mi rivolsi al conduttore del carro chiedendogli dove fossimo diretti.
Il cocchiere era avvolto da un pesante mantello scuro e parve indifferente alla mia richiesta, ma dopo una frazione di tempo che a me parve un’infinità, si voltò mostrandomi la sua terribile natura.
Quella cosa aveva la faccia ovale, nera, esageratamente allungata e priva di contorni definiti. Dai suoi occhi, rossi come il sangue, colavano copiose lacrime che, solcandogli le guance, capitolavano sul mantello impregnandone il tessuto.
D’un tratto, cogliendomi di sorpresa, spalancò le fauci mostrandomi i suoi denti mostruosi. Le zanne demoniache erano lunghe come pugnali, affilate e bianche avorio. Vidi l’orribile mostro avanzare su di me ed io istintivamente chiusi gli occhi.
Palpitai aspettando il morso ma questo non arrivò, lo spettro produsse invece un grido mortale tanto straziante da trafiggermi il cervello. Infine, stretto nel dolore, persi i sensi.
Rinvenni che il carro scortato dai gendarmi aveva appena passato l’ingresso di Hillville. Non riuscii a comprendere se il folle avvenimento appena vissuto fosse frutto della mia mente o realtà. Sentivo la pazzia dirompere in tutta la mia psiche, come un fiume che alimentato da piogge torrenziali straripa per sommerge ogni cosa.
Alzai un poco il capo e vidi il cancello della struttura chiudersi al nostro passaggio emettendo un cupo cigolio ferroso.

«Nam vedev tes, morgal tue intfere eternia! Nam vedev tes, morgal tue intfere eternia!».
Da quella notte, la prima che trascorsi nel carcere psichiatrico, iniziarono a risuonare nella mia testa i versi inumani e diabolici che le truci creature mi avevano urlato contro. Allora ne ebbi la certezza, ero stato maledetto, ero stato dannato per l’eternità.
Mi chiesi a quale sorte fu costretto il custode del cimitero: era morto e aveva smesso di soffrire, o i demoni avevano portato la sua anima nelle profondità dell’abisso maledetto? Sì! Probabilmente era andata così. Perché Dio avrebbe dovuto salvare l’anima di un assassino?
È certo dunque, questa eterna disgrazia ci consumerà entrambi, e sento un colossale rimorso straziarmi l’anima. Se come il custode del cimitero dovrò patire illimitate e indicibili sofferenze, mi domando perché abbia dedicato la mia vita al solo guardare.
Potessi uscire da questa cella, mi fosse concessa la grazia della libertà sarebbe tutto diverso. Oh sì, come vorrei tornare a Bone Stone, fare ingresso nella tanto cara casa natale e riconciliarmi con la mia famiglia. Sarebbe bellissimo trovare i miei genitori seduti intorno al tavolo, intenti a consumare la cena. Li abbraccerei, li stringerei forte e gli direi che non li ho mai dimenticati. Poi con calma, dopo averli baciati amorevolmente, prenderei il coltello più grande e li squarterei come maiali, quindi li metterei a letto per farli riposare. E questo sarebbe solo l’inizio, anche al macellaio e i suoi compagni riserverei un trattamento speciale.
Sì, tornassi indietro non mi limiterei al solo guardare e li ucciderei. Li ucciderei tutti!

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4 Comments
  1. Rispondi

    Eleonora

    11 Gennaio 2019

    La descrizione degli eventi è molto realistica,il racconto prende la mente e ti catapulta nella storia…😉…scorre veloce….attendo altro!

    • Rispondi

      Stefano Severi

      12 Gennaio 2019

      Ciao Eleonora, sono contento ti sia piaciuto. Il fatto che sei stata catapultata nella storia è per me una vittoria. Infatti, riuscire a coinvolgere il lettore non sempre è facile e rappresenta il primo obbiettivo per chi scrive. Spero presto di pubblicare una nuova storia…in realtà ho quasi finito di scriverla…non ci vorrà molto!
      Ciao.

  2. Rispondi

    Mary

    27 Gennaio 2019

    Per me è il primo racconto dark che leggo e devo dire che L ho trovato coinvolgente dal punto di vista psicologico e ricco di particolari che ti fanno addentrare nel contesto del racconto,quindi grazie a te continuerò a leggere questo genere.Grazie Stefano

    • Rispondi

      Stefano Severi

      2 Febbraio 2019

      Cara mamma, è un piacere vedere che hai trovato il tempo di leggere il mio racconto. Ti immagino in sala, sul divano, con Roger che sonnecchia sul tappeto e tu con il tablet tra le mani che scorri le righe della mia storia. Questo quadretto mi riempie di orgoglio. Ti voglio bene, grazie per il commento.

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