Le Terre Cupe

Il Macellaio

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26 Settembre 2019

Le Terre Cupe 02

Introduzione

La sfortuna di Edgar Smooth ebbe inizio in un giorno di sole, nei giardini di Bone Stone, vicino alla fontana. Era intento a sfregarsi mentre stava spiando una coppia d’innamorati quando venne scoperto e poi linciato. Da quel momento, per lui, tutto andò a rotoli fino ad essere recluso nell’ospedale psichiatrico di Hillville. L’individuo che lo aveva scoperto non si limitò a smascherarlo e lo picchiò tanto forte da ridurlo a una pezza. Quella persona, la persona che con un calcio gli aveva spaccato i due incisivi si chiamava Bill Butcher, e di mestiere faceva il macellaio.

Racconto

Si muovono rapidi come faine mentre il sangue cola sui loro grembiuli sporchi. Sono immersi in un totale stato di estasi, uomini armati di sega e coltello. Non fossi tanto legato alla bottega cercherei lavoro qui, al mattatoio di York Town. Mi occorre mezza giornata per raggiungere la città, vengo per comprare la carne. Il sabato mattina posso acquistarla a un prezzo stracciato, le celle di conservazione devono essere ripulite per la nuova settimana e ciò che avanza viene venduto per quattro soldi. A Bone Stone la rivendo al dettaglio e rincarata, non fosse per i dazi sarei ricco come un usuraio.
Esco dal macello e sotto la luce delle lanterne mi incammino verso i locali. La nebbia aleggia intorno agli edifici del quartiere e solo qualche finestra è illuminata. Per la strada non si vede un’anima e in fondo alla via è tutto buio. Arrivo all’ingresso di una bettola ed entro.
Chiudo la porta e mi guardo intorno, tutti gli sgabelli sono occupati.
Mi avvicino a un tizio e gli busso sulla spalla: «Vattene! Questo è il mio sgabello!»
«E tu chi sei?» risponde ubriaco.
Lo colpisco con un pugno facendolo cadere a terra. Un istante dopo mi sento tirare il braccio.
«No, suvvia, non faccia così. Lasci che le offra da bere. Non vorrà che vengano i poliziotti?» mi suggerisce l’oste.
«Bene. Datemi del Bourbon» dico accomodandomi.
«Subito, signore.»
Lo vedo affrettarsi dietro al bancone mentre continua a farneticare.
«Quello che avete colpito era un ragazzo per bene, sa? Dedito al lavoro, appena sposato. Povero ragazzo. Dicono sia stato un incidente, la villa è praticamente esplosa e il corpo della moglie non è mai stato trovato. Da quel giorno Carter è caduto in disgrazia.»
«Carter avete detto? Quelli della cava di zolfo?»
Maledizione, ecco che torna il mal di testa, da qualche mese mi colpisce di continuo.
«Esatto signore. Samuel Carter, unico erede della famiglia. State bene signore? Vi siete rabbuiato» dice passandomi il bicchiere.
«Io? Vi sbagliate ve lo garantisco.»
Bevo d’un fiato, la tenaglia alle tempie si allenta un poco.
Mi guardo attorno e vedo solo volti insignificanti.
Aspetta, quella chi è? Hm, una biondina niente male.
«Ditemi, chi è quella puledra laggiù?» chiedo all’oste.
«Oh. Avete ottimi gusti signore. Beh, dicono sia la Principessa del quartiere.»
«La Principessa dite?»
«Sì signore, avete capito bene. È molto dotata.»
Il locandiere mi sorride porgendomi una bottiglia di Bourbon: «Questa la offre la casa, signore.»
Finisco il bicchiere e guardo la Principessa. Basta perdere tempo, mi alzo e la raggiungo.
«Siete in cerca di compagnia?»
«Compagnia dite? Se volete chiamarla così… per me va bene» mi risponde sistemandosi i capelli.
Prendo il portafogli e tolgo una banconota da cinque dollari.
«Ho un appartamento non lontano da qui» dico poggiando i soldi sul tavolo.
«Siete generoso, ma spero non sia l’unica sorpresa della serata» risponde prendendoli e infilandoseli nel reggipetto. 
Le porgo la mano e insieme andiamo alla porta. Usciamo, una carrozza sotto un lampione sembra aspettare proprio noi. Saliamo.
«Iron Street, al centoventisette» ragguaglio il cocchiere.

Da queste parti direbbero che sono un borghese arricchito, uno che non ha studiato ma capace di far soldi. Di certo non sto lì ad accumular denaro. Al riguardo, quel ciccione, ha voluto dir la sua. Il panettiere, quand’è stato, lunedì mattina? Sì, era venuto verso le dieci per ritirare la carne che aveva ordinato quando mi ha detto: “Perché non li date a me invece di scialacquarli in quel modo. Un giorno vi pentirete di aver speso tanto nel vizio, se vostro padre vi vedesse non sarebbe fiero di…”
Avrebbe continuato se non gli avessi spaccato la faccia, l’ho colpito così forte che il viso era pesto di sangue.
La carrozza rallenta, siamo quasi arrivati. Guardo il viso della Principessa illuminato dai raggi della luna, chissà quanti anni ha.
Percorriamo la via ciottolosa per alcuni minuti e arriviamo nei pressi dell’appartamento. Scendiamo dalla carrozza e giunti innanzi al portone inserisco la chiave e la giro. Varchiamo la soglia, mi ci vuole un attimo per accendere le candele.
«Andate in camera, vi prendo da bere» le dico.
«Va bene ma non metteteci troppo» e si allontana.
Entra nella stanza chiudendosi la porta alle spalle. Bene. Mi stringo un pugno con l’altro facendo schioccare le dita. Distendo il collo, bevo un goccio e accendo una sigaretta.
Dove l’ho messa? Dove cazzo sta?! La cerco nel disordine ed infine la trovo. Allungo una mano e la prendo. Apro la borsa e finalmente la impugno.
L’avvicino, leccandola l’annuso. L’acciaio ha un sapore strano. Stringo la mannaia per il manico e le viscere mi si contraggono per la tensione, tiro e respiro il fumo avvicinandomi all’ingresso della camera. 
Pervaso dall’eccitazione abbasso la maniglia. Il cigolio dei cardini risuona mentre avanzo all’interno. Lei è seduta sul letto, è nuda. Mi guarda, la sua espressione è pregna d’orrore. Si tira la coperta sopra il seno poi spalanca la bocca dando fiato a uno strillo terribile.
Alza le braccia per difendersi, ma a colpi di mannaia le abbatto come fuscelli, il sangue schizza ovunque.
La colpisco alla gola, mica male, mai visto uno schizzo tanto forte.
Si dissangua, battito dopo battito, e impallidisce cadendo faccia in avanti.
Guardo il suo corpo immobile e un pensiero velenoso inonda la mia immaginazione.
Mh, ma sì, perché no?! Perché non dovrei farlo?
Mi avvicino e le tocco una coscia, già sento tutto un subbuglio. Porto la mano alla cinta dei pantaloni e…

guardo il cadavere sfatto mentre mi rivesto. Ho appena finito la bottiglia e accendo una sigaretta, mi avvicino alla finestra per dare un’occhiata: tutto tranquillo, nessuno gira per strada.
«Complimenti Bill, te la sei spassata.»
«Ehi Mason, dove ti eri nascosto?»
«In cucina, vi ho sentito entrare ma non mi andava di disturbare.»
«Ti piace? Ti presento la Principessa, la mia nuova ragazza» e me la rido di gusto.
«Sai, credo proprio che dovresti dare una pulita e sbarazzarti del corpo» mi consiglia.
Lancio la sigaretta dalla finestra.
«Come sei pesante.»
«Dovrai pur dare una sistemata non credi?!»
«Non ho tempo da perdere» dico indicandogli il chiarore del sole che sta sorgendo.
«Vuoi veramente lasciare tutto così?»
«Ci penseremo in un altro momento» rispondo allontanandolo con un braccio e dirigendomi alla porta.
«Bill, sai che non posso farla sparire da solo.»
Basta, non lo sopporto più, me ne devo andare. Raggiungo l’uscita dell’appartamento, chiudo la porta e percorro la rampa di scale, i passi rimbombano nell’androne mentre scendo i gradini di pietra. Monto sul carretto e sferzando il mulo mi avvio. Non capisco perché Mason se la prenda tanto, c’è andata sempre bene, perché è diventato paranoico?
Arrivo al macello che la bruma mattutina s’è appena dissolta, blocco le ruote del carro e cammino per le celle di conservazione sul lato ovest del mattatoio.
«Scusate, mi serve un pezzo di bue» mi rivolgo a un dipendente.
«Può andare un quarto di bestia?»
«Quanto vale?»
«Venti dollari» dice passandosi una mano sulla fronte.
«Va bene, lo prendo.»
Pago la carcassa e la carico nel retro del carro. Finalmente mi incammino verso casa. Domani mattina in bottega verranno molti clienti, ci sarà da lavorare fino a tardi. Dirigo il mulo verso la strada e lentamente mi infilo nel sentiero.
Il tragitto per Bone Stone è così desolato che farebbe sentir solo un avvoltoio. Pietre e steppa si stendono a perdita d’occhio lungo la via. Una volta percorrevo questo sentiero con mio padre. 
Caro vecchio papà, me la sento dentro fino al midollo, la colpa di averlo ammazzato.

Ricordo l’ultima volta che lo vidi, giaceva a terra con il petto ricoperto di sangue. Mormorava le sue ultime parole ripetendomi che dovevo star tranquillo, che lui non mi avrebbe mai lasciato.
Era il giorno del mio compleanno, avevo appena compiuto otto anni. Il pasticcio di carne che mia madre aveva cucinato era squisito, l’avevo divorato. Sentivo i ciocchi di legno scoppiettare nel camino, il tepore mi scaldava la schiena mentre finivo il pezzetto di ciambella.
Dopo aver calato un bicchiere di liquore, mio padre disse che ero finalmente pronto. “Finalmente pronto” significava che era giunto il momento di sparare al toro. La prova di coraggio dei Butcher, così la chiamava mia madre.
«Non devi aver paura Bill, se non lo uccidi lo finisco io» mi incoraggiò mio padre caricando il secondo fucile.
«Va bene papà» risposi grattandomi il braccio per il nervoso.
Uscimmo nel porticato scendendo i gradini di legno, splendeva un sole freddo, l’inverno e la neve erano arrivati come l’anno precedente, tormente di una notte e poi il sole. Il tempo si alternava repentino, ma quel pomeriggio era ottimo. Piccoli ghiaccioli appuntiti scendevano dalle assi del tetto gocciolando a terra dove l’erba era un poco più verde. Girammo intorno alla casa ed entrammo nel granaio. Nel terreno era conficcato un picchetto dal quale saliva una catena che si agganciava al collo del toro. Era nero, le sue corna avevano il colore dell’ambra.
«Forza Bill, premi il grilletto!» mi spronò mio padre.
«Dai ragazzo, diventa uomo!» continuò.
«Papà, devo farlo per forza?» piagnucolai.
«No Bill, non per forza. Te lo devi sentire.»
«Papà non ce la faccio» dissi girando l’arma verso di lui.
«Non fa niente Bill, dammi il fucile» e si avvicinò.
Non so perché misi il dito sul grilletto. Partì un colpo e lui morì. Una doccia gelata mi bagnò le spalle. Sentivo mancarmi la terra sotto i piedi, come se il suolo volesse ingoiarmi giù per l’esofago, nel ventre gelido di morte. Così, come un cadavere seppellito al cimitero, venivo deglutito dal mondo. Il cuore mi bussava nel petto, batteva tanto forte che credevo dovesse esplodermi. Durò un’eternità, mi sentii morire, lo giuro, credevo fosse giunta la mia ora.
Mia madre entrò nella stalla. Guardò mio padre a terra poi volse lo sguardo su di me che tenevo ancora il fucile in mano. Gettai l’arma e istintivamente corsi da lei in cerca di un abbraccio. Ma l’abbraccio non arrivò. Mi spinse via dicendomi che ero un assassino. In preda all’isteria decise di gettare il corpo del marito tra le fauci degli alligatori. Vittima delle sue paranoie mi costrinse a tacere per paura che qualcuno l’accusasse di omicidio. Ero confuso, non capivo.
Caricammo il cadavere sul carretto e lo coprimmo con un vecchio lenzuolo. Partimmo seguendo la carrareccia verso il Lago delle Mangrovie, uno stagno paludoso perennemente assediato dalla foschia. Tra le orchidee sparse sulla superfice acquitrinosa, a un palmo sott’acqua si possono scorgere gli alligatori.
Arrivammo e ci fermammo sulla riva fangosa, per qualche istante rimasi innanzi all’espressione pallida del mio defunto padre. Il suo viso sembrava di cera, lo toccai, era freddo. Obbedendo a mia madre lo feci rotolare giù dal carro, la salma cadde in acqua e lentamente sprofondò. Un momento dopo cominciarono gli schizzi e ribolliva una schiuma rossa. Forse passò un minuto, forse un’ora, non saprei. Infine l’acqua si fermò e il tempo riprese a scorrere.
Mia madre era distrutta: piangeva e gridava, era impazzita e mi faceva paura. Avrei voluto abbracciarla ma temevo di avvicinarmi.
Per sfuggire alle pietre che mi stava tirando corsi dentro un canneto e mi abbassai. Non mi cercò a lungo, dopo qualche minuto salì sul carro e se ne andò abbandonandomi.
Come dovevo comportarmi? Cosa dovevo fare? Avevo solo otto anni.
M’incamminai verso casa, il cielo arancione colorava il tramonto all’orizzonte. Presi il sentiero, il viaggio era lungo ma conoscevo la strada.
La luna diventava più brillante ogni minuto che passava. Ero giunto alle tenute agricole e l’aria fredda mi pizzicava la gola. Vidi qualcosa muoversi ai margini di un campo coltivato, incuriosito mi avvicinai. Tra i melograni colmi di frutti, poggiato ad un albero e con un filo d’erba tra le labbra, stava un bambino che all’incirca aveva la mia età, anche lui indossava una camicia azzurra. Lo salutai.
«Ciao.»
«Ciao» rispose lui.
«Che fai?» chiesi incuriosito.
Era impossibile non notare la cicatrice che gli attraversava l’occhio sinistro scendendo giù per la guancia fino al labbro inferiore. Tentai di nascondere il mio orrore ma non so se ci riuscii.
«Non è abbastanza chiaro? Guardo le stelle. Vieni, fammi compagnia.»
Lo raggiunsi.
«Ho visto cos’è successo. Mi dispiace per tuo padre» continuò.
Mi girai verso di lui.
«Già. Ma io non gli ho sparato di proposito.»
Mi guardò.
«Come dici tu. Comunque io mi chiamo Mason.»
«Io sono Bill. Bill Butcher.»
Le goccioline sulle foglie erano diventate perle di ghiaccio. Iniziai a sentire freddo ed ebbi voglia di andar via.
«Ti va di accompagnarmi a casa?» domandai.
«Sì, due passi è quello che ci vuole con questo freddo.»
«E mi aiuteresti a fare una cosa?» gli chiesi.
«Che cosa devi fare?»
Il firmamento si stava annuvolando, un tuono inaspettato fece volare via i corvi appollaiati sopra lo spaventapasseri a pochi metri dallo steccato.
«Devo ammazzarlo, sì! Devo uccidere il toro!»

Speriamo che la carne non cominci a puzzare. La temperatura non è troppo calda, dovrebbe resistere fino a mercoledì. Non mi piace salare la ciccia, è uno spreco, è buona fresca, sul ferro incandescente sopra la brace. Altro che carne essiccata col sale. Senti come brontola la pancia, è arrivato l’appetito. Ricordo di aver fatto una sola grigliata con mio padre, stavamo in quel prato laggiù. Era domenica mattina e la mamma aveva preparato le pagnotte che stavano nel cestino. Papà aveva acceso il fuoco e stava sistemando lo spiedo. Io correvo dietro una cavalletta che non si voleva far prendere, insetto dispettoso, quando l’acchiappai gliela feci vedere io. I suoi occhi non erano granché espressivi ma quando morì si spensero ulteriormente. Dopo pranzo papà prese la pipa e finalmente mi diede la palla. Giocammo insieme fino a sera.
La mamma stava seduta sulla coperta a finire il ricamo di un quadro.
Non era male quella vita. Adesso non è che un ricordo lontano, unico cimelio della mia memoria. A volte mi domando se non me lo sia inventato, un artifizio della mente per appoggiarmi a qualcosa.
Dopo la morte di mio padre tutto andò a rotoli. Vivevo con mia madre ma era come se per lei non esistessi. Cominciai a fare cose strane per attirare l’attenzione. Quando trovò la carcassa del toro non disse niente, e il sabato mattina seguente, trovando le galline con la testa mozzata continuò ad ignorarmi. Infine, appoggiato da Mason decisi di farlo. La sgozzai, la scrofa dico. Fu un bagno di sangue. I suoi lamenti erano strazianti, pareva stesse gridando aiuto, ma non per lei, per i suoi due cuccioli che avrebbe lasciato orfani. Fui talmente scosso che ebbi l’impulso di correre via. La paglia a terra continuava a tingersi di rosso, ma quanto sangue aveva ancora in corpo? Non riuscii a resistere e scappai.
Quella volta sì che destai l’attenzione di mia madre. Udendo il suo arrivo mi nascosi sotto il letto. Mi stanò con un bastone e mi portò in cucina, l’aria era così fredda che i peli mi si rizzarono in un istante. Mi sbatté contro un mobile e prese il gancio per maiali che mio padre teneva nel cassetto. Me lo premette sul viso e disse: «E se te lo passassi nella pancia ti piacerebbe?! Eh?! Vuoi mandare in malora tutto quello per cui tuo padre ha faticato? Fallo un’altra volta e giuro che ti ammazzo» la sua voce divenne folle, e la sua faccia si deformò «forza Bill lecca il gancio, assaggialo così non te lo dimentichi.»

Quale parola aveva usato il prete? Come aveva detto? Ah sì, trauma: un fatto improvviso che ti colpisce profondamente, che fa soffrire e ha bisogno di essere rielaborato.
L’ira di mia madre non era certo quello che volevo ottenere. Io volevo essere ascoltato, avrei voluto piangere ma da solo non ce la facevo, mi serviva l’aiuto di qualcuno per gestire quel dolore troppo grande, non potevo lasciarlo dilagare in solitudine, dovevo condividerlo, ma solo Mason mi stava a sentire e persino il prete mi abbandonò quando gli confessai delle Sanders.

Accendo una sigaretta, da questo altopiano riesco a vedere il campanile, non manca molto per arrivare. Sono cresciuto tra le strade del villaggio dove gli affari illeciti non sono mai mancati. I maiali e le pecore pascolano appena fuori le mura emanando un puzzo che arriva fin dentro le abitazioni. Nella piazza centrale dirimpetto alla chiesa, dove le campane rintoccano all’alba e al tramonto, si trova la bottega, ultimo lascito di mio padre.
La bottega è una stanza fredda, sempre all’ombra, dove le mosche ronzano di continuo intorno alla carne poggiata sul bancone di pietra. Un odore pungente aleggia in tutto l’ambiente. Sulla parete, un orologio scandisce il passare delle ore rintoccando ogni volta che la lancetta raggiunge le dodici. Vicino al muro ci sono due sedie, la mia e quella di mia madre. Da quando la vecchia è morta non ci si è più seduto nessuno. Mi piace vederla così, vuota. Nonostante stia marcendo due metri sotto terra riesce ancora a tormentarmi. Aspetta che cali la notte, e quando sono sdraiato nel letto, che sto per addormentarmi, sento qualcuno che sale le scale. D’un tratto la maniglia si abbassa, infine la porta si apre. I brividi mi stringono lo stomaco mentre avanza verso di me. Vorrei muovermi ma non ci riesco, dalla sottana la vedo estrarre un uncino per maiali.
Un dolore atroce mi strazia il ventre mentre l’acciaio appuntito mi passa per l’ombelico, dentro la pancia. Lo gira e lo rigira lacerandomi le interiora, il sangue mi cola dalla bocca gocciolando sul mento e giù nel collo. La sua risata è una condanna ed è l’unico suono che mi accompagna al trapasso.
Poi finalmente mi sveglio, sudato e in preda al mal di testa. Chissà quanto ancora ho da campare, non ho certo l’illusione di poter invecchiare con questo dolore al cervello. Se non muoio dovrò uccidermi, perché tutto ciò è un peso insostenibile.
Ma gli incubi non sono i soli ad angosciarmi, anche i ricordi a volte ritornano. Come il ragazzino della bistecca, da parte sua non fu una grande idea quella di rubare alla bottega.
Era ottobre, le foglie sugli alberi erano colorate di rosso e l’erba nei prati stava ingiallendo a causa del freddo. La pioggia picchiettava sulle pozzanghere increspandone la superfice e i tuoni rimbombavano lontani.
Quel figlio di puttana era entrato e non mi aveva salutato. Studiava nella classe che avrei dovuto frequentare anch’io, ma io non andavo a scuola, lavoravo alla bottega. Avvolse la carne in un fazzoletto e la nascose nella sua borsa credendo che non lo stesse guardando nessuno. Mia madre gli ordinò di fermarsi e lui si diede alla fuga, furibondo lo rincorsi.
Lo inseguii fuori dal paese, arrivammo tra i campi su per la collina ai piedi del bosco. Lo vidi nascondersi dietro un muro di pietre sul lato del viale alberato. Feci finta di niente e mi avvicinai. Quando raggiunsi il muretto, scavalcai convinto di trovarmelo difronte ma lui non c’era.
Qualcosa mi colpì in faccia e caddi a terra. Il ladro mi aveva dato un pugno beffandomi come uno stupido. Non so perché rimase lì a guardarmi. Gli afferrai una caviglia e lo feci cadere.
Sento ancora il profumo dell’erba fresca, l’odore muschiato della pietra che stringevo nella mano. Lo colpii con forza e lui rimase tramortito.
D’improvviso provai uno strano appetito, un’abominevole voglia che chiedeva di essere soddisfatta.
«Se lo uccidi potremmo nasconderlo nella grotta» mi suggerì Mason.
Mi girai a guardarlo.
«Credi che dovrei farlo?»
«Ma che dici? Con chi parli? Ti prego lasciami, non vorrai uccidermi?» mi implorò il ladro.
«Dai Bill, spaccagli la testa.»
La rabbia mi accecò e lo colpii. Al terzo fendente il cranio si fracassò macchiando la pietra di rosso. La pioggia inizialmente non riuscì a lavare lo schifo, ma con il passare dei secondi tutto diventava più chiaro, più diluito. Rimasi a guardarlo. Di tanto in tanto un tremolio lo scuoteva, infine non si mosse più.
Lo nascondemmo nella grotta, la stessa grotta dove un anno dopo seppellimmo le gemelle Sanders.
Dicevano di essere caste, uh. Prima di ammazzarle ce la siamo spassata insieme.
Un giorno mia madre mi scoprì, insospettita da chissà cosa iniziò a cercare. Andò a frugare nella grotta che sapeva essere il mio rifugio, subito notò la terra smossa, poi vide la vanga.
Divenne furiosa. Si arrabbiò tanto che mi spaccò un bastone sulla schiena. Da quel momento iniziai ad odiarla.

Finalmente sono arrivato. Tiro le redini e lo scricchiolare delle ruote s’interrompe lasciando uno strano vuoto nelle mie orecchie. Scendo dal carretto e scarico la carne, la porto in bottega, la ispeziono con cura e inizio a macellarla in piccoli pezzi. Escludo le parti peste e le metto da parte. Questi scarti andranno benissimo per il lupo che vive nel bosco. Quell’animale è schivo come un assassino, il suo passo rapido e silenzioso tradisce la sua natura di scannatore. Nei suoi occhi famelici, tristi e malinconici rivedo i miei.
Eccolo che torna, maledetto mal di testa. Non lo sopporto, è più forte di me.
«Bill cosa ne dici se tagliamo la corda?» Mason si affaccia alla porta.
«E dove dovrei andare?»
«Pensi davvero di cavartela così?»
«Adesso smettila! Vattene, levati di torno!» gli urlo contro lanciandogli un coltello che si infilza nella porta.
«Ma sei pazzo?! Va bene, me ne vado» sputa a terra e si allontana.
Subito capisco di aver esagerato, non dovevo trattarlo così. Sento lo sconforto dilagare, le lacrime arrivano senza che io possa controllarle. Perché? Perché deve succedermi tutto questo? Perché devo soffrire così tanto? Questo sporco modo non la smette di tormentarmi e il dolore alla testa mi è diventato insopportabile. Come farò ad andare avanti? Quando potrò vedere la fine di questa agonia?
Un’idea assurda mi invade la mente. Forse, se mi tagliassi un dito potrei distrarmi dal dolore alla testa, farei qualsiasi cosa per fermarlo. Sì! Potrebbe funzionare. E devo trovare Mason, devo chiedergli scusa.
Apro il palmo della mano e lo poggio sul tavolo. Stringo i denti, ho paura. Una scossa mi percorre la spina dorsale mentre calo il fendente, la lama taglia l’aria sibilando. Il rumore dell’acciaio che si conficca nel legno mi scuote fino alle ossa. Guardo le dita della mano irrigidite, le ho mancate per un pelo. Esco dalla bottega e raggiungo il centro della piazza. Non ce la faccio più. Mi inginocchio e alzando la mannaia verso il cielo urlo: «Non ne posso più!»
Il rintocco delle campane annuncia la sera, tutto diventa buio e l’oscurità mi avvolge.

Vedo tutto sfocato. Dove sono? Lentamente riprendo conoscenza.
Nell’aria risuona l’ululato del lupo. Difronte a me vedo il cancello del cimitero. Che ci faccio qui? Guardo le inferriate arrugginite, i cipressi, le tombe rischiarate dai lumini.
«Dobbiamo muoverci Bill. Ci stanno seguendo» Mason mi aiuta ad alzarmi.
Vedo la mannaia luccicare nell’erba, la raccolgo e mi guardo intorno. In lontananza vedo il paese in subbuglio: le torce brulicano ovunque. Mi stanno cercando, i poliziotti devono essere arrivati a Bone Stone.
«Ci conviene entrare Bill, così potremmo nasconderci da qualche parte.»
Mi gratto il braccio cercando di pensare.
Un gruppo di luci sta risalendo la collina.
Faccio un cenno al mio amico e ci addentriamo nel camposanto. Oltre una croce di pietra noto un cantuccio che potrebbe fare al caso mio. Ma non si mette bene, in lontananza sento il latrato dei cani. Fiuteranno il mio odore, mi troveranno!
«E adesso che facciamo?!» chiedo pieno di paura.
«Non lo so.»
«Ci sarà pure un modo per sfuggirgli?» cerco di pensare a una soluzione.
Tre paia di occhi luccicano nelle tenebre, in un attimo mi sono addosso. Alzo la mannaia e ne colpisco uno sul collo. Il molosso guaisce e cade a terra, trema e cerca di alzarsi ma si accascia al suolo e muore.
I restanti due mi travolgono facendomi scivolare.
A fatica salvo la pelle uccidendo le bestie, ma sono ferito: ho una gamba dilaniata.
Ecco le luci, sono arrivati. Provo a nascondermi.
«Vedi qualcosa!?»
«No Ispettore capo, non vedo niente.»
I passi si avvicinano sempre di più.
«Oh mio Dio, ho trovato Ursula. È un bagno di sangue. Capo venite a vedere. È morto anche Creep!» dice un altro.
«Maledetto figlio di puttana! E Quentin?»
«Non lo so capo, qui non c’è, sarà scappato.»
«E tu soffia quel cazzo di fischietto. Che aspetti?!»
I poliziotti si distanziano e cominciano il rastrellamento, un agente viene dritto verso di me.
«Non ancora» mi suggerisce Mason.
L’attesa è straziante e un fischio alle orecchie non smette di darmi fastidio. Aspetto che sia a tiro, infine esco e lo colpisco in faccia, la mannaia gli si conficca nel volto.
Uno sparo scuote l’aria e un brivido mi gela il sangue. Il petto mi si infuoca di dolore. Mason accorre per aiutarmi ma un altro sparo riecheggia nella notte.
Lo vedo accasciarsi nel sentiero ghiaioso. Cade per terra in un tonfo, oh mio Dio, Mason. No.
«L’ho preso, l’ho preso!» sento i passi che si avvicinano «Oh cazzo! Capo, Scotty è morto!»
«Che porcate vai dicendo?!»
«Guarda come l’ha ridotto! Oh mio Dio, povero Scotty!»
I poliziotti si dispongono intorno a me.
«Ammazziamo questo figlio di puttana!»
In un istante rivivo la mia vita. La sento srotolarsi come un filo di lana tirato da un gomitolo che ruota sull’arcolaio. Gli carezzo la guancia mentre piango una lacrima. Sto per raggiungerti amico. Mi tornano in mente i melograni, il filo d’erba tra le labbra, Mason, non ti ho neanche chiesto scusa.
Bang!

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